Sarebbe bello il mare. Mi viene in mente la prima volta che ci sono andato con Maddalena. È un ricordo confuso, come accompagnato da scariche che offuscano la visione. Comincio a essere in debito di ossigeno, il sangue arriva fiacco al cervello. Bene. Con Maddalena ci eravamo incamminati lungo la spiaggia, entravamo in acqua, nuotavamo, lei era molto più armoniosa, veloce, di me. Dopo risalivamo, ci leccavamo le labbra e il collo, riprendevamo a passeggiare sulla sabbia. Ci figuravamo a vivere dentro un faro, fra mura robuste sul mare. Pochi giorni dopo, la guerra aveva interrotto i nostri sogni. L'amore aveva perduto il gusto del favoleggiarci un futuro, al presente pulsava lungo una vena di disperazione che ci teneva ancora più uniti. Dormivamo appiccicati, ci leccavamo, i nostri sapori ci rassicuravano, niente poteva regalarci più concretezza del nostro gusto di animali persone. Maddalena è morta come muoiono i pesci, nel corpo di un pesce. Io, pesce anch'io, sono arrivato sul fondo del mare. È tutto nero qui. Provo a smuovere la sabbia con il muso. Non si può vivere senza mani, dico con una voce che immagino di sentire alta, rabbiosa. Almeno scuoto il silenzio. Potrei cercare di seppellirmi. Cerco di insinuare questa idea al corpo che mi contiene. So bene che non riuscirei mai a ficcarmi sotto mezzo metro di sabbia, non con la mia stazza, non con il muso già ferito dalla botta di prima. È solo un modo per ingannare il corpo, stancarlo di più. Quando ritengo che possa bastare, quando il fiato rimasto è sufficiente solo per lanciarmi, mi aggiusto in posizione verticale. Come un missile punto al cielo oltre la superficie della massa d'acqua, molte decine di metri sopra di me. Ricordo l'ammonimento di Maddalena a proposito dei pericoli relativi agli sbalzi di profondità, ripasso le sue parole una a una, trasformo il suo avvertimento in una speranza rabbiosa. Un missile, devo diventare un missile, altro che questo cazzo di pesce. Ho gli occhi di ghiaccio, è come se li vedessi. Ordino al mio corpo di lanciarsi, lui lo fa. Risalgo a una velocità che nessun pesce deve aver mai raggiunto. Taglio verticale l'acqua come nessun vivente può aver mai osato. Le correnti sono misericordiose, non mi sbarrano l'ascesa, non la deviano. Intuisco il chiarore dell'aria. Ho il fiato allo stremo, il sangue bolle, le branchie pulsano impazzite. Il corpo che mi tiene dentro si accorge dell'inganno, si avvoltola, diventa una specie di palla. È tardi. Quando saettiamo fuori dall'acqua, ha capito che prima di ricadere ci scoppieranno tutti quanti insieme il sangue il cuore il cervello.
L'ha capito e ormai non ci può fare più niente.
[L. Bernardi, Solo il mare, da "Maddalena e le apocalissi", Ascoli Piceno, Senzapatria editore, 2011]
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