Alle volte penso che se avessi avuto il coraggio di salire fino in cima alla collina, non sarei poi scappato di casa. La notte di San Giovanni doveva essere passata da poco perché già diverse volte ci eravamo messi per la strada del vallone e salivamo fino ai noccioli a cercare il letto dei falò. Sapevamo che in cima ce n'erano di larghi come un prato. Ma un giorno Gosto si vantò che un da ragazzo suo nonno era scappato di casa e andando per il vallone era salito così in alto che da lassù vedeva il mare.
Noi il vallone ci portava dentro una vigna quasi piana, chiusa intorno dai càrpini. Che cosa facessimo là fino a sera, non so. Guardavamo le punte degli alberi. Io dicevo a Gosto che al mare non accendono falò, perché il mare è pianura e, disteso sull'erba mi annoiavo a guardare le nuvole. C'erano anche dei grilli in quella vigna, e avrei voluto essere uno di loro per restarci la notte e trovarmici al mattino con la prima luce quando il sole è ancora freddo. Che il mare fosse da quella parte, l'avevo detto io a Gosto.
[...]
Un giorno andammo nella bottega del carradore che ci prendeva in giro perché non sappiamo andare scalzi. Io mi fermai sull'uscio e non vidi quasi niente nel buio dei fornelli, ma sentivo picchiare sul ferro e Pietro mi chiese se andavo anch'io a scuola con Gosto. E ci disse che alla nostra età lui aveva già attraversato le montagne per andare a lavorare e che cosa sapevamo fare noi? Allora mi accorsi che non sapevamo fare niente. In quel momento Pietro aveva smesso di picchiare, e Gosto diceva: - Siamo nati con le scarpe, noialtri. - Così è, - disse Pietro, senz'arrabbiarsi. - Siete nati con le scarpe.
[Cesare Pavese, Il mare, da "Feria d'agosto", Torino, Einaudi, 1946]
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