Osservò con diffidenza la sua immagine, finse di non osservarla, sentì che sembrava essere qualcosa che non era. Ne fu spaventato e incuriosito insieme. Arretrò, e così fece la sua immagine, e un po' per volta scoprì di essere di fronte a se stesso. Cercò di fuggire ma ovunque si volgesse so trovava sempre di fronte a se stesso, era murato da se stesso, era ovunque se stesso, ininterrottamente se stesso, rispecchiato all'infinito nel labirinto. Avvertì che non esistevano tanti minotauri, ma un minotauro solo, che esisteva un solo essere quale egli era, non un altro primo né un altro dopo di lui, che egli era l'unico, l'escluso e il rinchiuso insieme, che il labirinto c'era per causa sua, e questo solo perché era stato messo al mondo, perché l'esistenza d'uno come lui non era consentita dal confine posto tra animale e uomo e tra uomo e dei, affinché il mondo conservi il suo ordine e non divenga labirinto per ricadere nel caos da cui era scaturito; e quando l'avvertì, come percezione senza comprensione, come un'illuminazione senza conoscenza, non come una nozione umana fatta di concetti ma come una nozione di minotauro fatta d'immagini e di sensazioni, crollò a terra, e allorché giacque, raggomitolato come era stato raggomitolato nel corpo di Pasifae, il minotauro sognò di essere un uomo.
Sognò un linguaggio, sognò fratellanza, sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò amore, vicinanza, calore, e contemporaneamente seppe, sognando, di essere un anormale cui non sarebbe mai stato concesso un linguaggio, mai fratellanza, mai amicizia, mai sicurezza, mai amore, mai vicinanza, mai calore, sognò come gli esseri umani sognano gli dei, con tristezza d'uomo l'uomo, con tristezza d'animale il minotauro.
[F. Dürrenmatt, Il minotauro, trad. Umberto Gandini, Milano, Marcos y Marcos, 1987]
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